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L_Antonio
Odio gli indifferenti


Musica


1 agosto 2012

Isole, crimini infantili e altro

 

Parentesi musicale. Sono fresco di lettura della classifica Rolling Stone dei “500 migliori album di sempre”. Al termine, di solito, si fa il giochino del “non c’è”. Lo faccio anch’io, ora, ma non è un giochino, è una cosa serissima. Mi domando come sia possibile che tra i 500 manchino i seguenti album FONDAMENTALI: Island dei King Crimson, Nursery Cryme dei Genesis, Pawn Hearts dei Van der Graaf Generator e The Kohl Concert di Jarrett. Non è grave, è gravissimo. Capisco i critici-giudici di profilo rockettaro. Capisco che il pop prevalga sempre un po’ troppo, e le vendite siano un parametro decisionale molto rilevante . Ma ignorare Island, per dire, è una specie di crimine. C’è un assolo di cornetta di Marc Charig in chiusura del brano MERAVIGLIOSO che dà il nome all’album, che da solo vale la storia del rock (non esagero, anzi, mi sto tenendo). Le atmosfere di quel disco sono qualcosa di magico. La struttura dei brani è provocatoriamente suggestiva (penso a Formentera Lady). Non sono solo canzonette, ma brani scolpiti nell’animo dei musicisti. Per non parlare di The Musical Box dei Genesis (che apre Nursery Crume), un avvicendarsi di sottili arpeggi e impeti passionali, di amore e rabbia, di quiete e scatenamento profondo. Pawn hearts è invece un canto che sembra provenire direttamente dall’animo, dai nostri guai esistenziali più profondi, per lacerare ogni tessuto e ogni speranza. L’assenza di Kohl Concert (l’album di matrice jazz più venduto nella storia) è davvero inaudita. Dico solo questo: è un lavoro totalmente improvvisato, nato sul palco di Colonia completamente al buio, a mente vuota, senza alcuna presupposizione. A’ la Jarrett, insomma. Un bagno sonoro senza progetto se non l’ispirazione attuale del musicista. Cito un solo aneddoto. Quando Jarrett arriva sul palco nel pomeriggio si accorge che non c’è lo Steinway, l’unico piano su cui si esibisce, ma due altre tastiere. Si incazza. Ma gli dicono di provarle, di scegliere quella che preferisce. Lui vince la rabbia e si siede. Ne sceglie una perché l’altra è pure un po’ scordata. Bene. La sera quando arriva in scena si accorge che hanno portato via per errore proprio la tastiera prescelta, e dunque deve accontentarsi di quella già scartata. Le ottave laterali, in particolare, non lo soddisfano. Poco male, suona l’intero concerto su quella centrali e ne nasce COMUNQUE un capolavoro. Vi rendete conto come si fanno le classifiche? Così, alla cianfraciò.

PS Il mio amico Antonio sa di cosa parlo...


28 settembre 2009

Aggiornamento

Il saggio di alfredo (Radure. L’opera operante di Keith Jarrett) cui si accennava qualche post fa, è stato pubblicato oggi, con una certa evidenza, anche sul sito www.keithjarrett.it.


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22 settembre 2009

Radure

 

Alfredo (uno dei due tenutari della Premiata Ditta L_Antonio) ha pubblicato di recente un denso saggio di estetica (Radure) su alcuni aspetti dell’opera pianistica di Keith Jarrett. Chi fosse interessato alla lettura (o solo incuriosito dal fatto in sé) trova questo scritto sulle pagine on line di filosofia.it. Più esattamente qui.



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2 agosto 2007

Londra Chiama


Su “XL” di questa settimana (in Rock revolution) compare l’ennesima classifica. È ripresa da “Mojo” (il music magazine) ed è dedicata ai dischi che hanno cambiato il mondo (o, almeno, il nostro approccio alla musica e ai costumi). L’unica classifica che ricordi con una certa intensità è quella (mitica) di “Rolling Stones”. Quella di “XL” la sfoglio più per curiosità che per convinzione. Mi accorgo subito, tuttavia, che vado alla ricerca di un disco in particolare, quello che più ossessiona la mia passione per il rock. Su “Rolling Stones” è ottavo (scusate se è poco), appena sorpassato da giganti come Beatles, Rolling, Dylan, e comunque immediatamente dopo di loro. Così, salgo pian piano dal centesimo posto, quasi a “spizzare” le singole posizioni. Ed ecco che, subito dopo il primo LP dei Black Sabbath, al 24° posto compare lui: London Calling, capolavoro dei mitici Clash! Il primo pensiero è stato: ma non è un po’ bassino in graduatoria? Si, insomma, 24° non è male, ma io lo avrei immaginato un po’ più in alto!

E comunque. London Calling, qui lo dico senza paura, è il disco più grande della storia della musica rock, quello che ha saputo tracciare la sintesi più elevata tra generi e stili musicali diversi, rappresentando del pop il punto di equilibrio più alto, più maturo, l’acme oltre il quale quell’equilibrio è destinato a perdersi. Un “tipo ideale”, insomma, direbbe Weber, una figura artistica che raccoglie in sé le anime e le espressioni più profonde di un movimento musicale ormai ultracinquantennale.

Perché London Calling? Perché in quel calderone confluiscono, trovando un senso preciso, insuperato, tutte le memorie, tutte le note, tutte le passioni della musica popular. Il rock, il reggae, il rockabilly, il pop melodico, il rhythm and blues, il jazz, i timbri di Kingston accanto a quelli di Londra, la rivolta sociale e il romanticismo politico, la danza e le barricate, il canto armonioso e le urla da piazza, l’arte e la vita. E, soprattutto, il mito. Il mito della musica che cambia le cose, che fa la rivolta, che tocca le corde più sentimentali dello spirito, le più interiori, e insieme incita alla ribellione fisica, e che racconta la bella gioventù, quelle delle cose che cambiano, della politica e della musica assieme, del cuore al posto del portafogli. Ecco, questo vibrante e contraddittorio mondo di cose è London Calling.

Tanti i brani da segnalare. Ne indico solo alcuni. Spanish bombs, con la eco della guerra civile spagnola. Guns of Brixton (when they kick at your front door/ how you gonna come?/ with your hands on your head/ or on the trigger of your gun?). The right profile (dedicato all’altro mito, quello di Monty Clift). Revolution rock (tutto un programma) e la London Calling che da il titolo all’album. Dei Clash voglio ricordare soprattutto Joe Strummer, un cantante “vero” (e qui lo dico non solo in senso tecnico, ma morale), e Nic Headon, il batterista che sapeva passare, senza contraccolpi, dal registro punk a quello più soft del reggae, con la disarmante naturalezza dei grandi. Nessuno dei due è più qui. London Calling però resta, come resta la grande arte.


The Clash (da www.theclashonline.com)




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13 luglio 2007

Me crolla ’n mito…

 
(da jazzitalia.net)

Leggo dai giornali che Keith Jarrett (non uno qualsiasi …) avrebbe prima insultato il pubblico e la città di Perugia e poi se ne sarebbe andato dal palco di Umbria Jazz senza nemmeno concedere un bis. Una testimone dell’evento (sull’Unità del 12/7) si lamenta, a dire il vero, anche del pubblico (che non avrebbe rispettato la specifica richiesta dell’artista di non effettuare foto con il flash), ma contesta a Jarrett il comportamento di chi, per futili ragioni, se ne frega dei numerosi appassionati accorsi da ogni dove per ascoltarlo. Risultato finale: la direzione artistica di Umbria Jazz non inviterà più il pianista; il manager dello stesso informa che Jarrett non suonerà più in pubblico e a me me crolla ’n mito.

Che pensare? Che spesso gli artisti hanno simili atteggiamenti da prima donna. Che questo non inficia la loro arte. Che The Koln Concert non lo cancella nessun atto di maleducazione posteriore (e nemmeno anteriore) alla sua incisione. Che Keith Jarrett resta (per me) il più grande pianista jazz vivente, e che anche stamattina ho messo Radiance nonostante abbia più di una riserva sul comportamento pubblico dell’uomo.

E però. Mi piacerebbe che il genio artistico fosse anche un genio umano, che all’estetica si accompagnasse un’etica, che la sensibilità musicale fosse anche sensibilità personale. Perché non si può essere grandi artisti senza essere anche grandi uomini.

È tutto chiaro, ma il dubbio resta. Mi chiedo: e se la chiusura del cerchio fosse un’utopia astratta? Se tra arte e artista la coerenza non fosse possibile o dovuta? E poi, dovendo scegliere (perché non si può avere tutto dalla vita) tra l’esistenza di La Scala o di Vienna Concert, da una parte, o di un uomo comune bene educato ma non artista, dall’altra; tra i prodotti di genio, per un verso, e un po’ di maleducazione, per un altro verso; tra arte di genio e pura civiltà dei costumi; tra un Jarrett etico e un Jarrett estetico, voi cosa scegliereste? Insomma, si può tollerare un po’ di maleducazione in nome dell’arte?

Così, vi confesso che alla condanna etica della maleducazione non rinuncio assolutamente. Ed è giusto così. Però l’arte è un godimento irrinunciabile anch’esso. Bel dilemma, dunque. Da una parte vedo già schierati nel giudizio gli uomini etici, tutti d’un pezzo; dall’altra, gli uomini estetici, che vedono l’oggetto artistico, ne godono, ma non vanno oltre (non vogliono andare oltre). Condanniamo la performance di Jarrett, dunque, ma lasciamo aperta la discussione. Forse è più utile così.

Perlomeno il gesto maleducato e irriguardoso del pianista a Perugia ci ha spinto a riflettere su alcuni temi niente affatto peregrini.






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6 giugno 2007

Van der Graaf Generator! Present

L_Antonio ebbe il primo sussulto “vandergraafiano” nei lontani anni 70, quando su “Ciao 2001” (do you remember?) comparve un pezzo intitolato Van der Graaf. Inferno e Paradiso, dove si narrava, con intensa partecipazione, di un concerto romano del gruppo di Peter Hammill. Chiaramente e perdutamente suggestionato dall’articolo, L_Antonio il giorno dopo era già in via dei Mille (a Roma) per acquistare l’appena uscito Pawn Hearts, quarto album del gruppo, contenente tra l’altro Lemmings, un canto (o discanto) esistenziale di rara bellezza e intensità. Erano i tempi in cui i Van der Graaf appartenevano alla stessa scuderia dei Genesis (e dei meno noti Lindisfarne), e incidevano prima per l’etichetta Philips e poi per the famous Charisma label.

A distanza di anni, il Generatore è ancora in funzione, anche se i componenti (Peter Hammill, David Jackson, Hugh Banton, Guy Evans) sono leggermente attempati. Ma qui vale quello detto in un precedente post sui Police. L’età anagrafica è un dato ininfluente se ancora scocca la scintilla della creatività. Nel caso dei nostri, il loro ultimo album (il doppio CD Present, 2005) offre alcuni brani strumentali di indubbia e sorprendente efficacia, frutto di un lavoro improvvisativo di grande intensità e di forte impatto emotivo. L_Antonio consiglia, in generale, l’ascolto di almeno quattro "pezzi" (oltre che dell’intero Pawn hearts): House with no door e Afterwards (dei primi anni), Still life e Wondering (della seconda fase del gruppo). Noi dimenticatevi poi di “cliccare” su www.vandergraafgenerator.co.uk, un sito che è la summa del sapere vandergraafiano. Su www.fabchannel.com/van_der_graaf_generator, invece, potrete gustare l’intero, sorprendente concerto di Amsterdam del 14 aprile scorso al “Paradiso”. Spiccano Lemmings, in apertura, e la splendida Man-Erg (The killer lives inside me: I can feel him move./ The angels live inside me: I can feel them smile....). Chi volesse rendersi conto di cosa sono ancora (?) capaci dei “vecchi” prog-rockers, si colleghi e resti in pensoso ascolto. Ne riparleremo.




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4 giugno 2007

Police, Genesis: a volte ritornano

I Police di nuovo in giro per il mondo. I Genesis presto al Circo Massimo. Quanto tempo da Outlandos d’Amour o da Nursery Cryme. Una vita. Qualcuno li ha censurati: troppo anziani, non hanno più nulla da dire, sono una ripetizione di sé. Può darsi sia vero, può darsi no. Nessuno avrebbe censurato nello stesso modo un grande pittore (Mondrian, Picasso). O uno scrittore come Camilleri. O un musicista classico. E invece vedere una rockstar invecchiata desta stupore, quasi scandalo. Certo occupare la scena per tre decenni è molto. Ci si trasforma in istituzioni più che in artisti. Eppure andatelo a raccontare ai Rolling Stones, chiedetelo (per cambiare genere) a Enrico Rava. Non è l’età che rende gli uomini artisti o meno, ma la qualità della loro opera, la scintilla della loro creatività. Ci sono musicisti già “spenti” a vent’anni, altri che ancora dispensano emozioni dopo decenni di palco. Certo, guai a trasformarsi in monumenti, si diventa anche ridicoli. Ma non guardate la carta d’identità, non vi soffermate su particolari irrilevanti: ascoltate le esecuzioni, valutate la freschezza o la maturità delle esecuzioni, poi giudicate.




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